Cos'è una stablecoin?

Uno dei temi oggi più discussi nel mondo delle criptovalute è sicuramente l'annuncio di Libra, la criptovaluta di Facebook; una delle sue caratteristiche principali è quella di essere una stablecoin. In questo articolo cerchiamo di capire meglio cosa è una stablecoin, come funziona, e quali sono le più importanti implementazioni attuali.

Cosa è una stablecoin?

La principale promessa della blockchain e, più in generale, delle Distributed Ledger Technologies è quella di rendere trustless, ovvero senza necessità di una terza parte fidata che faccia da mediatore, una serie di attività (economiche e non) che oggi quotidianamente svolgiamo. Fra le diverse tipologie di risorse gestibili tramite blockchain, le criptovalute e, più in generale i token di pagamento (payment token) consentono lo scambio di valore fra due o più parti, svolgendo in sostanza la funzione di moneta. Come si sa, una "buona" moneta dovrebbe poter essere utilizzata come mezzo di scambio, come unità di conto e come riserva di valore.

Affinché una moneta possa essere utilizzata come mezzo di scambio (oltre che come unità di conto), tuttavia, è necessario che il suo valore rimanga pressoché stabile nel tempo, ovvero che essa abbia una ridotta volatilità. Se osserviamo l'andamento storico negli ultimi 2 anni del prezzo di Bitcoin in dollari, possiamo osservare come a periodi di bassa volatilità, come ad esempio da giugno a novembre 2018, o da dicembre 2018 ad aprile 2019, si alternano periodi di elevata volatilità in cui non è raro assistere a guadagni o perdite a doppia cifra percentuale nell'arco di poche ore.

Andamento del prezzo di Bitcoin ad oggi

Se da una parte tale volatilità nel prezzo di una criptovaluta può incentivare la speculazione, chi vuole utilizzare quest'ultima come mezzo di scambio desidera non essere esposto ad un rischio "di cambio" quando effettua transazioni in criptovalute. Se ad esempio oggi utilizzassimo bitcoin per effettuare un pagamento denominato in euro verso una controparte, vi è una non trascurabile probabilità che nell'arco di tempo necessario alla conferma del blocco (da pochi minuti a un'ora a seconda del numero di conferme richieste) il cambiamento generatosi nel prezzo in euro di un bitcoin possa essere maggiore delle commissioni applicate da operatori tradizionali come Western Union o PayPal, vanificando così parte dei vantaggi che questa tecnologia offre. La volatilità delle criptovalute preclude anche l'uso delle stesse in prestiti ed altri contratti a lungo termine per cui è richiesta una certa stabilità dei prezzi.

Proprio per risolvere questo problema, è nato il concetto di stablecoin. Una stablecoin è una criptovaluta il cui obiettivo e quello di minimizzare la propria volatilità.

Contrariamente a quanto si possa credere, l'idea di stablecoin non è nata di recente. Sono ormai anni che molte delle figure più importanti nel settore ritengono auspicabile l'introduzione di una criptovaluta "stabile". Lo stesso Vitalik Buterin, creatore di Ethereum, scriveva in un post nel novembre 2014:

can we get the best of both worlds? Can we have the full decentralization that a cryptographic payment network offers, but at the same time have a higher level of price stability, without such extreme upward and downward swings?

Possiamo ottenere il meglio dai due mondi? Possiamo ottenere la completa decentralizzazione offerta da una rete di pagamenti crittografica, ma allo stesso tempo avere un più alto livello di stabilità dei prezzi, privo di tali estreme oscillazioni verso l'alto e verso il basso ?

Per questa ragione, la costruzione di una "stablecoin" è da molti considerata la killer application (o per alcuni il Sacro Graal) per l'intero ecosistema delle criptovalute.

Occorre a questo punto fare una precisazione: la volatilità è una misura della variazione percentuale del prezzo di uno strumento finanziario nel corso del tempo; è dunque una misura relativa, applicabile al prezzo di un asset rispetto ad un altro. Ciò che noi intendiamo per volatilità di una criptovaluta è dunque la volatilità del suo prezzo espresso in dollari USA (o in euro), ovvero la valuta fiat che noi tutti utilizziamo come unità di conto.

Nel grafico seguente possiamo osservare l'enorme differenza di volatilità che c'è fra la coppia bitcoin/dollaro USA (in celeste) rispetto al cambio euro/dollaro USA (in giallo). Bisogna comunque tener presente che, in genere, il bitcoin ha maggiore volatilità rispetto alle valute fiat che rispetto alle altre principali criptovalute.

Volatilità del prezzo di bitcoin in dollari USA (in celeste)

Ebbene, l'obiettivo di una stablecoin è dunque quello di avere una ridotta volatilità (idealmente nulla) rispetto ad una valuta fiat, di solito il dollaro USA, ad un paniere delle principali valute fiat (come Libra) o, più di rado, rispetto al valore di una unità di un bene fisico, ad esempio il prezzo di un'oncia di un metallo prezioso come l'oro o di un barile di petrolio.

Poiché il valore di questi ultimi potrebbe in realtà non essere per nulla stabile, alcuni preferiscono usare il termine pegged coin (dall'inglese to peg, agganciare, appendere) anziché stablecoin; il valore cui è ancorata una pegged coin (il dollaro, l'oro, il petrolio, etc.) viene pertanto anche chiamato peg.

Ma come si fa a progettare e implementare una stablecoin? Per rispondere a questa domanda dobbiamo innanzitutto capire meglio cosa significa per un asset essere stabile.

Meccanismi di stabilità

Come detto, tutte le stablecoin implicano un peg, ovvero l'agganciare il proprio valore ad un altro asset.

L'idea di una valuta agganciata al prezzo di un'altra valuta tramite un tasso fisso di cambio non è nata con le criptovalue; di valute pegged ce ne sono state, e ce ne sono ancora molte nel mondo. Alcuni paesi medio-piccoli spesso legano il tasso di cambio delle proprie valute locali a valute più importanti al fine di mantenere stabile il potere di acquisto (si veda a tal proposito l'articolo su Wikipedia ). In un certo senso, dunque, le stablecoin sono solo un vecchio approccio applicato ad un nuovo contesto.

Una stablecoin è pertanto un asset gestito tramite una blockchain che stabilisce autonomamente il proprio prezzo, piuttosto che lasciare che il prezzo sia determinato dall'incrocio fra domanda ed offerta.
Ma come si fa a stabilire in modo arbitrario la valutazione di un asset, andando apparentemente contro tutto ciò che noi conosciamo riguardo il modo in cui funzionano i mercati?

Per dare una risposta a questa domanda è necessario acquisire tre concetti fondamentali relativi al mercato: muri di acquisto, muri di vendita e arbitraggio.

Un muro di acquisto (in inglese buy wall) si ha quando un partecipante al mercato è intenzionato a comprare una quantità molto elevata di un asset ad un determinato prezzo. Per esempio, supponiamo che Anna sia intenzionata ad acquistare fino a centomila bitcoin su un certo exchange X al prezzo di 10000 dollari l'uno. Anna dunque inserisce su X un ordine di acquisto per centomila bitcoin limitato a 10000 dollari. Ora supponiamo che Bruno sia intenzionato invece a vendere 1000 bitcoin sullo stesso exchange al miglior prezzo che riesce ad ottenere, ed inserisce così un ordine di vendita per 1000 bitcoin. Gli ordini di Bruno ed Anna vengono allora associati ed evasi; Anna così acquisterebbe tutti i bitcoin di Bruno a 10000 dollari ciascuno, e le rimarrebbero altri 99000 bitcoin da acquistare a 10000 dollari ciascuno. Se ora anche Carlo decidesse di vendere 1000 bitcoin al miglior prezzo, anche il suo ordine verrebbe associato a quello di Anna, alla quale resterebbero successivamente altri 98000 bitcoin da acquistare. Nonostante dunque l'arrivo di nuovi ordini di vendita, il prezzo di mercato, ovvero il prezzo a cui è stato effettuato lo scambio più recente, rimarrebbe fisso a 10000 dollari. Fino a quando i partecipanti al mercato non riescono a vendere centomila bitcoin ad Anna, il prezzo di mercato non sarà in grado di scendere sotto i 10000 dollari.

Ecco dunque che l'ordine di acquisto di Anna costituisce un "muro invalicabile" al di sotto del quale il prezzo dell'asset bitcoin non può scendere.

Il muro di acquisto deve il suo nome anche alla forma che produce sul grafico del Market Depth che raccoglie tutti gli ordini di acquisto (a sinistra) e di vendita (a destra) ancora aperti.

Un muro di acquisto (buy wall)

Analogamente ad un muro di acquisto, un muro di vendita (in inglese sell wall) si ha quando vi è una elevata quantità di asset in vendita ad un determinato prezzo. Anziché fermare la discesa del prezzo di mercato, un muro di vendita ne blocca la risalita in presenza di nuovi ordini di acquisto.

Un muro di vendita (sell wall)

Osserviamo allora che se sullo stesso exchange vi sono sia un muro di acquisto sia un muro di vendita sufficientemente elevati e molto vicini fra loro, il prezzo dell'asset non potrà che essere vincolato all'interno di questa banda.

Potremmo pertanto porci la seguente domanda. Questi muri sono in grado di bloccare il prezzo dell'asset solo sull'exchange su cui sono stati inseriti i relativi ordini di acquisto e vendita; come è possibile bloccare il prezzo su tutti gli exchange esistenti? Dovremmo forse inserire ordini di acquisto e di vendita in modo da creare buy e sell wall su ciascuno di essi?

La risposta è negativa poiché a questo punto entra in gioco l'arbitraggio. L'arbitraggio è l'attività che consente di ottenere un guadagno comprando un asset ad un prezzo basso e rivendendo, nello stesso momento, lo stesso asset ad un prezzo più alto (ovviamente su due exchange diversi).

Supponiamo allora che esista un exchange Y sul quale il bitcoin è scambiato a 10500 dollari. Daniele, che possiede bitcoin su Y potrà acquistare 1 bitcoin su X a 10000 dollari e contemporaneamente vendere 1 bitcoin su Y per 10500 dollari. Fatto ciò egli avrà la stessa quantità di bitcoin, ma avrà guadagnato 500 dollari (al lordo delle commissioni). Il suo acquisto su X tenderà ad incrementare il prezzo di mercato su quella piattaforma ma sarà bloccato dal muro di vendita poco sopra quota 10000. Analogamente, la vendita su Y tenderà ad abbassare il prezzo su quella piattaforma.

Allo stesso modo, se il prezzo del bitcoin fosse inferiore su Y, Daniele potrebbe trarre profitto effettuando l'operazione inversa (vende su X e acquista su Y).

Questa operazione, motivata da forti incentivi economici, potrà essere ripetuta fintanto che i prezzi sui 2 exchange non saranno pressoché allineati.

Alla luce di quanto detto sinora, per poter mantenere un peg fra una valuta A ed una valuta B, è sufficiente:

  1. mantenere su un dato exchange un muro di vendita della valuta A ad un prezzo di poco superiore a B;

  2. mantenere, sullo stesso exchange, un muro di acquisto della valuta A ad un prezzo di poco inferiore a B.

Questi muri di acquisto e di vendita mantengono il prezzo di A fisso su tutti gli exchange.

Ma allora quand'è che i tassi fissi di cambio possono rompersi? Quando chi si adopera per mantenere fisso tale tasso rimane a corto di valuta A o di valuta B e non riesce a mantenere i muri di acquisto e di vendita. Se da uno dei due lati viene a mancare il muro (di acquisto o di vendita), il prezzo di mercato può muoversi in quella direzione.

Nei peg valutari tradizionali, quando una nazione aggancia la sua valuta a quella di un'altra nazione, effettua le seguenti operazioni:

  • mantiene una riserva in valuta estera e la utilizza per mantenere un muro di acquisto per la sua valuta domestica al prezzo fissato;

  • conia tutta la valuta (domestica) necessaria a mantenere un muro di vendita allo stesso prezzo al quale si vuole agganciare la valuta estera.

Il secondo punto è la parte semplice poiché una Banca Centrale può coniare tutta la moneta che ritiene necessaria. La parte difficile è il primo punto. Può accadere che la Banca Centrale esaurisca le proprie riserve in valuta estera, oppure decida di non utilizzarne più per difendere il tasso fisso di cambio. In questo caso il muro di acquisto non è più mantenuto e ciò porta alla rottura del peg ed alla svalutazione della moneta locale.

Puo succedere? Sì. La storia ci ha insegnato più di una volta (la crisi del peso messicano nel 1994, la crisi del rublo nel 1998, il Black Wednesday in Inghilterra nel 1992, il Baht Thailandese (e poi diverse altre valute) nella crisi finanziaria asiatica del 1997, che è impossibile mantenere un tasso di cambio fisso in caso di condizioni sufficientemente avverse.

Ciò significa che vi sono solo due caratteristiche di un peg tradizionale che è necessario comprendere per prevedere quale sarà l'esito:

  1. Il valore totale della valuta estera mantenuta come riserva

  2. Se la Banca Centrale intenda o meno spendere tali riserve per mantenere un muro di acquisto.

La realtà è che qualsiasi tasso di cambio fisso può essere mantenuto, ma solo all'interno di una determinata banda di comportamento del mercato. Per peg differenti tale banda può essere più larga di altri. Ma è chiaro che, almeno all'interno di alcune condizioni di mercato, è possibile mantenere un peg. La domanda per ogni meccanismo di peg è: quanto è larga la banda di comportamento che è possibile sopportare?

Per ogni peg vi sono allora quattro domande cui dovremmo dare una risposta.

  1. Quanta volatilità riesce a sopportare il peg? (In pratica, pressioni di vendita al ribasso)

  2. Quanto è costoso mantenere il peg?

  3. Quanto è semplice determinare e analizzare la banda di comportamento all'interno della quale il peg può recuperare il suo valore?

  4. Con quale trasparenza i trader possono osservare le reali condizioni di mercato?

Gli ultimi due punti sono molto importanti: se i partecipanti ad un mercato non possono individuare quando un peg è oggettivamente debole, diventa facile diffondere fake news o scatenare il panico nei mercati, provocando così ulteriori vendite, fino al crollo del peg stesso. Un peg trasparente è invece più resistente alla manipolazione o ai cambiamenti di sentimento nei mercati.

Analogamente, una stablecoin ideale dovrebbe essere in grado di reggere ad una grande volatilità del mercato, non dovrebbe essere estremamente costosa da mantenere, dovrebbe avere parametri di stabilità facilmente analizzabili, e dovrebbe essere trasparente ai trader e a coloro che effettuano arbitraggio.

Tipologie di stablecoin

Alla luce di quanto detto finora, in che modo è dunque possibile progettare una stablecoin?

Esaminando le stablecoin attualmente presenti sul mercato, possiamo osservare come esse possono essere classificate in tre schemi fondamentali di funzionamento: coin collateralizzate con valuta fiat, coin cripto-collateralizzate e coin non-collateralizzate.

Tipologie di stablecoin

Analizziamo ora in dettaglio queste tre tipologie, cominciando dal paradigma più semplice, le coin collateralizzate da valute fiat.

Coin fiat-collateralizzate

Si tratta della forma più immediata ed intuitiva di stablecoin; si basa sulla creazione di una criptovaluta (o di un token) che è sostanzialmente la controparte di una corrispondente valuta fiat e che è sempre rimborsabile con essa. In alcuni contesti si preferisce utilizzare il termine fondi tokenizzati (tokenized funds) per indicare questo tipo di asset.

Il meccanismo di funzionamento è molto semplice. Ipotizziamo di voler creare una stablecoin il cui valore sia pari ad un dollaro. Depositiamo allora una certa quantità di dollari su un conto bancario e generiamo una corrispondente quantita di coin (o token), in rapporto 1 ad 1 con i dollari depositati. Ciascun token rappresenta dunque la proprietà di 1 dollaro depositato, chiamato appunto collaterale, e potrà pertanto essere utilizzato per effettuare pagamenti, o scambiato all'interno di un exchange che lo supporta. Quando il proprietario del token desidera liquidare in dollari "fisici" il proprio token, si rivolgerà a noi "emettitori" del token e titolari del deposito bancario. In base ai token che riceveremo effettueremo un rimborso equivalente in dollari. Naturalmente, essendosi il deposito bancario ridotto della quantità di dollari rimborsata all'utente, i token ricevuti dovranno essere distrutti, in modo da mantenere alla parità il rapporto fra l'ammontare del deposito bancario ed i token in circolazione.

Questo è il più semplice schema possibile per una stablecoin. Si tratta di uno schema centralizzato poiché gli utenti devono riporre la fiducia nel custode del collaterale (nel nostro caso, la banca di deposito) e nell'emettitore dei token (noi, in questo caso).

L'esempio più noto di questo tipo di criptovaluta è Tether.

Tether

Tether (il cui simbolo è USDT) è una stablecoin agganciata al dollaro USA tramite collateralizzazione (1 USDT = 1 USD).

Dal sito di Tether:

Tether converts cash into digital currency, to anchor or tether the value to the price of national currencies like the US dollar, the Euro, and the Yen.

Tether converte contante in valuta digitale, per legarne il valore al prezzo di valute nazionali come il dollaro USA, l'euro e lo Yen.

Dal punto di vista tecnico Tether è una criptovaluta emessa originariamente come token sulla blockchain di Bitcoin per mezzo del protocollo OmniLayer. A partire dagli ultimi mesi sono stati anche emessi Tether sulla blockchain di Ethereum (come token ERC-20), sulla blockchain di Tron (token TRC-20), su quella di EOS e su liquid network (una sidechain di Bitcoin).

Nota: esistono anche Tether collegati ad Euro, ma la loro capitalizzazione è molto ridotta. Si veda la pagina https://wallet.tether.to/transparency per i dettagli.

Il vantaggio di utilizzare USDT anziché dollari USA sta nel fatto di poter trasferire fondi ed effettuare pagamenti tramite la blockchain di Bitcoin anziché tramite istituti bancari. Ciò rende il trasferimento molto più veloce e, spesso, anche più economico.

Tuttavia questo non è l'unico vantaggio.

Essendo una stablecoin, lo scopo principale di Tether è quello di fornire stabilità al mercato delle criptovalute, riducendone la volatilità. Molti exchange offrono trading da e verso USDT rendendo possibile spostare temporaneamente su Tether i propri asset depositati in questi exchange al fine di mettersi al riparo da una prevista discesa dei prezzi delle criptovalute.

Possiamo quindi considerare Tether come la stablecoin perfetta?

Sebbene molto semplice e di facile fruibilità, l'utilizzo di Tether presenta alcune criticità.

Per analizzare meglio questi problemi è utile conoscere in dettaglio il meccanismo di funzionamento di Tether.

I tether sono generabili esclusivamente dalla società Tether, e Bitfinex è l'unico cliente di questa società, ovvero l'unico modo per ottenere USDT emessi da Tether. Bitfinex acquista USDT da Tether in lotti di grandi dimensioni, depositando l'ammontare corrispondente in dollari sul conto bancario di Tether: gli USDT sono inviati dal wallet di Tether al wallet di Bitfinex.

Schema di emissione di Tether

Gli utenti possono acquistare USDT da Bitfinex (e non direttamente da Tether) effettuando prelievi in USDT da questa piattaforma; un prelievo in USDT è a tutti gli effetti un acquisto di USDT. Si noti che non è possibile effettuare trading tramite USDT su Bitfinex. Al fine di soddisfare le richieste dei suoi utenti, Bitfinex deve mantenere in deposito una certa quantità di USDT. L'acquisto di USDT da parte di Bitfinex avviene dunque ogni volta che il proprio management decide, ovvero quando le scorte di USDT scendono sotto un livello di soglia.

Ma allora quali sono i problemi di Tether?

Il collaterale è stato realmente depositato?

Una delle principali criticità riguarda la mancanza di trasparenza mostrata al riguardo da parte di Bitfinex/Tether. In base a quanto emerso dai Panama Papers, il team di persone che gestisce Tether è lo stesso che gestisce l'exchange Bitfinex; secondo alcuni il token Tether è stato inizialmente coniato per far fronte alle difficoltà finanziarie di Bitfinex causate dall'hack che nell'estate del 2016 ha rubato criptovalute da un hot wallet per un valore di circa 70 milioni di dollari. Al momento (settembre 2019) la capitalizzazione di mercato di Tether è pari a oltre 4 miliardi di dollari (fonte coinmarketcap.com); molti operatori dubitano che Bitfinex/Tether abbia depositato tutto questo denaro come collaterale.

Sarebbe pertanto auspicabile una attività di auditing periodica per verificare che la stablecoin sia completamente collateralizzata e non si operi invece in riserva frazionaria. Tuttavia Bitfinex/Tether ha esplicitamente dichiarato che, per ragioni di sicurezza, non intende in alcun modo rivelare i dettagli riguardanti i propri depositi bancari.

Centralizzazione

È richiesta la presenza di una terza parte fidata che svolge il ruolo di depositario e garantisca la eventuale rimborsabilità dei coin.

Tutto il collaterale deve essere depositato presso uno o più istituti bancari (per maggiori dettagli si legga l'interessante articolo sul blog albertodeluigi.com). Cosa accadrebbe se per un qualsiasi motivo tali conti bancari dovessero essere congelati o, peggio, defraudati? A quel punto lo stablecoin associato rischierebbe di perdere anche completamente il suo valore poiché i propri possessori non sarebbero in grado di fare cashback dei propri dollari depositati.

Come messo in evidenza in questo tweet di Eric Conner gli indirizzi USDC (un'altra stablecoin emessa da Circle/Coinbase e molto simile a Tether) possono essere inseriti in apposite blacklist ed i fondi in essi contenuti possono essere "congelati" a discrezione delle autorità.

Manipolazione di prezzo del BTC

Uno degli aspetti più controversi di Tether è l'accusa di aver gonfiato artificiosamente il valore di bitcoin. Un report anonimo ha studiato attentamente i prezzi del bitcoin per un determinato periodo di tempo e mostra che il 50% dell'aumento totale di valore del BTC è avvenuto nell'arco di 2 ore dalla emissione di nuovi tether. L'autore ritiene pertanto probabile che tether sia stato utilizzato per manipolare il prezzo di bitcoin, stimando che circa l'80% del valore attuale (a gennaio 2018) di bitcoin possa derivare da questa manipolazione di prezzo.

Immobilizzazione del capitale

Come detto, per le stablecoin con collaterale in fiat come Tether si richiede di mantenere per ogni token emesso, un dollaro immobilizzato in una banca o in una struttura depositaria. Mantenere delle somme cospicue depositate su un conto bancario non è sicuramente il modo più efficiente di utilizzare il denaro.

Altre stablecoin fiat-collateralizzate

Sebbene sia la più importante, Tether non è l'unica stablecoin di questo tipo. Oltre alla già citata USDC lanciata il 26 settembre 2018 da Coinbase, Gemini il 10 settembre 2018 ha lanciato il Gemini dollar (simbolo GUSD); nello stesso giorno Paxos Global ha lanciato Paxos Standard (simbolo PAX). Citiamo infine il TrueUSD (TUSD) del progetto Trust Token, che cerca di fare della trasparenza il suo punto di forza.

Digix Gold segue uno schema simile, con l'eccezione che il collaterale è costituito da oro (1 DGX = 1 grammo d'oro) anziché da valuta fiat. Cionondimeno ne condivide le stesse proprietà fondamentali.

In sintesi

Una stablecoin fiat-collateralizzata è semplice da descrivere, un po' meno da implementare e gestire.

L'emittente produce token che valgono ciascuno una unità dell'asset cui è ancorato, e mantiene in un conto bancario l'ammontare ottenuto dalla vendita del token. Ogni volta che un utente desidera può riscattare dall'emittente i token per i dollari. Ciò significa che l'emittente può mantenere un muro di acquisto di dimensioni pari al 100% di tutti i token circolanti della stablecoin.

Si tratta di un approccio completamente centralizzato. Da questa centralizzazione deriva la maggiore robustezza alle oscillazioni di prezzo. Questo schema riesce a sopportare qualsiasi livello di volatilità poiché tutto il collaterale è depositato in riserve di valuta fiat e rimane intatto anche nel caso di un evento catastrofico come un collasso dei mercati cripto.
Se l'emettitore si comporta in modo onesto, mantenendo realmente nei fatti un muro di acquisto, è possibile implementare un peg teoricamente perfetto.

Come vedremo, la stessa cosa non si può ottenere per le altre tipologie di stablecoin.

Tuttavia, nella pratica, vi sono due problemi fondamentali con questo tipo di stablecoin, legate proprio alla sua centralizzazione.

  1. Rischio di controparte. Cosa succede se l'emittente decidesse ad un certo punto di non mantenere il muro di acquisto? In futuro, probabilmente, le stablecoin di questo tipo di maggior successo potranno essere emesse dagli istituti bancari e, forse, dalle banche centrali, potendo queste ultime svolgere anche un ruolo di garante (esistono delle realtà nelle quali anche le banche ed i governi non sono del tutto affidabili, ma questo è un altro problema).

  2. Rischio di intervento da parte delle istituzioni governative. Cosa accadrebbe se una autorità governativa decidesse di congelare gli asset dell'emittente ai fini ad esempio di una prevenzione del fenomeno del riciclaggio? In pratica, potrebbe non essere necessario arrivare al sequestro dei beni; ciò che può succedere è che l'emittente possa avere problemi nei rapporti con le banche, cercando queste ultime di rimanere sempre in buoni rapporti con le autorità locali.

Quest'ultimo aspetto viene a generare una sorta di dilemma. Tanto migliore è l'attività di audit, tanto più credibile è la promessa di utilizzare le riserve per mantenere un muro di acquisto e dunque difendere il tasso di cambio fisso; ma in questo caso è più facile per le autorità individuare ed eventualmente bloccare tali asset. Tanto ridotta è l'attività di audit, fino al livello di non effettuare alcun audit e di mantenere segrete le relazioni con le banche, o finanche a non rivelare alle banche di mantenere asset utilizzati per l'emissione di criptovaluta (ed è questo il caso di Tether), più complicato diventa il lavoro delle autorità per individuare e congelare gli asset, ma in questo caso diventa più difficile anche per il mercato stabilire la solvenza dell'emittente e dunque la capacità di mantenere un muro di acquisto.

Bisogna infine sottolineare come questa tipologia di schema è altamente regolata e vincolata ai tradizionali schemi di pagamento. Se si vuole uscire dalla stablecoin e riottenere indietro la propria valuta fiat è necessario passare attraverso un bonifico, un processo relativamente lento e costoso, nonché soggetto a controlli fiscali e di anti-riciclaggio.

Riassumendo, una stablecoin fiat-collateralizzata presenta le seguenti caratteristiche:

Vantaggi
  • è lo schema più semplice
  • il prezzo è stabile al 100%
  • è teoricamente meno vulnerabile ad attacchi da parte di hacker poiché il collaterale è fuori dalla blockchain
Svantaggi
  • centralizzato: è necessaria una terza parte che svolga il ruolo di custode del collaterale (altrimenti vulnerabile a furti fisici)
  • deve essere associato ad un servizio bancario altamente regolato
  • la trasparenza richiede attività periodica di auditing
  • la liquidazione in valuta fiat è relativamente lenta e costosa

A fronte delle criticità ora elencate, alcuni team si sono messi al lavoro per realizzare una stablecoin che elimini la necessità di terze parti di fiducia che svolgano il ruolo di intermediari.

Uno dei modi per ottenere ciò è quello di utilizzare la capacità di disintermediazione offerta dagli smart contract.

Coin cripto-collateralizzate

Supponiamo di voler fare a meno di tutto ciò che ha a che fare con le banche ed i sistemi di pagamento tradizionali. Dopotutto le criptovalute sono nate proprio per questo motivo!

Poniamoci allora la seguente domanda: possiamo seguire un approccio simile a quello visto, ma utilizzando come collaterale anziché una valuta "fisica" come il dollaro, delle riserve costituite altre criptovalute, come ad esempio bitcoin o, meglio ancora, ether?

Evitando di dover effettuare depositi bancari in valute fiat, possiamo in questo modo rendere il processo più decentralizzato, potendo infatti gestire tutto tramite smart contract su una blockchain.

Ma come abbiamo visto, il problema è che il valore di una criptovaluta non è stabile. Ciò significa che il valore del nostro collaterale fluttuerà, mentre quello della nostra stablecoin dovrebbe rimanere costante. Il modo più immediato per risolvere questo problema è sovra-collateralizzare la stablecoin in modo che possa assorbire le fluttuazioni di prezzo del collaterale.

Supponiamo di depositare come collaterale una quantità di ether corrispondente a 200 dollari ed a fronte di ciò, emettere 100 unità della nostra stablecoin, ciascuna con un valore nominale di 1 dollaro. In questo caso la nostra coin è (sovra-)collateralizzata al 200%. Questo significa che il prezzo dell'ether può scendere del 25% e le nostre 100 stablecoin da 1 dollaro continuerebbero ad essere collateralizzate da una quantità di ether corrispondente a 150 dollari.

Le stablecoin cripto-collateralizzate, dette anche collateralizzate on-chain, utilizzano proprio questo approccio: si sovra-collateralizza la coin utilizzando un'altra criptovaluta.

Ma chi sarebbe disposto a vincolare 200 dollari di ether per generare una quantità di stablecoin corrispondente a 100 dollari? Ci sono diversi incentivi che si possono utilizzare in questo caso. Alcuni schemi ad esempio prevedono di erogare un interesse a colui che ha emesso la coin. In alternativa, la generazione di stablecoin può essere utilizzata come una forma di leva finanziaria. Supponiamo infatti di bloccare 200 dollari di ether per creare 100 dollari di stablecoin. Se utilizziamo questi 100 stablecoin per acquistare altri 100 dollari di ether, abbiamo ora una posizione pari a 300 dollari di ether, supportate da 200 dollari di ether in collaterale. Se ether dovesse raddoppiare il suo valore in dollari, avremmo allora una quantità di ether pari a 600 dollari; se avessimo invece mantenuto i nostri ether iniziali avremmo invece 400 dollari di ether; abbiamo creato dunque una leva pari a 1.5.

Nel caso in cui il prezzo del collaterale dovesse scendere troppo e rischiare di non essere più sufficiente a "coprire" il valore delle stablecoin emesse, la stablecoin deve essere liquidata, tramite un processo che vedremo meglio più avanti. Questo processo viene gestito in modo decentralizzato tramite smart contract sulla blockchain. Ma affinché questo meccanismo funzioni è necessario che lo smart contract che gestisce la collateralizzazione della stablecoin sia a conoscenza del prezzo corrente in dollari del collaterale (o dei collaterali). Tuttavia uno smart contract non è in grado di accedere a dati esterni alla blockchain.

Come si può misurare allora il prezzo di una valuta in modo decentralizzato e, allo stesso tempo, resistente ad eventuali attacchi da operatori che hanno un interesse economico a "manipolare" lo smart contract? Per risolvere questo problema esistono due possibili approcci, uno di tipo esogeno ed uno endogeno.

Il primo metodo, quello esogeno, consiste nell'avere a disposizione una o piu entità esterne (tecnicamente chiamate oracoli) che periodicamente pubblicano sulla blockchain il dato relativo al prezzo attuale del collaterale. Questo è il metodo più semplice, ma richiede la presenza di una terza parte fidata che pubblica i dati, ed è potenzialmente soggetto a manipolazione. Un approccio per rendere robusto questo meccanismo, chiamato Schellingcoin, consiste nel far sì che tutti gli stakeholder, o un sottoinsieme di essi selezionato in modo random o in base ad un determinato criterio (ad esempio potenza di mining o quantità di token posseduti) voti il valore ritenuto corretto. Il sistema sceglierà come valido il valore su cui vi è stato il maggiore consenso e darà poi una ricompensa a chiunque abbia fornito un valore quanto più prossimo a quello ritenuto valido.

L'approccio endogeno invece parte dall'assunto che esista una correlazione tra il prezzo di una criptovaluta ed alcune caratteristiche interne della sua rete, come ad esempio la mining difficulty, le fee di transazione, il volume delle transazioni, etc. Esso pertanto mira ad individuare una funzione "stimatore" che possa fornire una misura del prezzo basata su queste variabili.

Cerchiamo ora di capire meglio come funziona una stablecoin cripto-collateralizzata analizzando in dettaglio una delle sue principali implementazioni: Maker.

Maker e DAI

Maker è la società che ha sviluppato e definito il protocollo di funzionamento della criptovaluta DAI. DAI è una stablecoin il cui valore è pari a 1 dollaro. Come Tether, DAI non è generata tramite attività di mining, ma è emessa come token ERC-20 sulla blockchain di Ethereum. A differenza di Tether, DAI è una valuta cripto-collateralizzata, il cui comportamento è definito da una serie di smart contract. Ciò significa che chiunque, interagendo con tali smart contract, può generare DAI utilizzando ether come collaterale. In particolare, nel sistema Maker, è possibile generare DAI bloccando i propri ether in una posizione di debito collateralizzata (collateralized debt position, o CDP in breve).

Per capire meglio come funziona una CDP utilizziamo una analogia. Immaginiamo di voler chiedere ad una banca un mutuo per l'acquisto di una casa. Nel far ciò noi offriamo alla banca come collaterale del mutuo la nostra casa (o, meglio, una ipoteca su di essa); in cambio la banca ci presta del denaro, con un determinato tasso di interesse. Di norma la banca si assicura che il valore delle casa ipotecata sia maggiore rispetto all'importo finanziato (sovra-collateralizzazione). Supponiamo ora che per ragioni di mercato il valore della casa (rispetto all'euro, valuta di riferimento) diminuisca in modo significativo fino a raggiungere un valore inferiore al nostro debito residuo e che la banca cominci a dubitare sulla nostra solvibilità. In questo caso la banca potrebbe richiederci di estinguere immediatamente il nostro mutuo. Se non siamo in grado di pagare l'importo richiesto, la banca prenderà la casa in cambio, la metterà all'asta e con il ricavato (o parte di esso) otterrà l'ammontare richiesto per estinguere il debito residuo (liquidazione).

Il funzionamento di Maker è molto simile all'esempio ora descritto. Il ruolo del collaterale svolto dall'ipoteca sull'immobile viene in questo caso svolto dagli ether, la banca è sostituita da uno smart contract e anziché euro otteniamo, o meglio generiamo, i DAI. Noi depositiamo ether nello smart contract CDP e ci prendiamo in prestito DAI. Se il valore in dollari (valuta di riferimento) degli ether depositati dovesse scendere al di sotto di una certa soglia, siamo costretti o a ricapitalizzare la CDP bloccando nuovo collaterale, oppure a chiudere la CDP restituendo tutti i DAI ricevuti da essa. In alternativa, gli ether depositati nella CDP sono messi all'asta e venduti al miglior offerente.

Ma vediamo ora in dettaglio come funziona questo processo.

Generare DAI tramite CDP

Token utilizzati sulla piattaforma Maker

Supponiamo che Anna voglia generare DAI. Ella invia innanzitutto una transazione ad uno specifico smart contract Maker per creare una CDP, quindi invia un'altra transazione allo stesso smart contract per finanziarla, bloccandovi i propri ether nella forma di Pooled Ether (PETH), passando per un token intermedio chiamato Wrapped Ether (WETH).

WETH è una rappresentazione di ether come token ERC-20, al fine di consentirne lo scambio su piattaforme decentralizzate. È possibile in ogni istante trasformare ether in WETH e viceversa, a costo di pagare una piccola quantità di gas necessaria per scrivere la corrispondente transazione sulla blockchain.

PETH è un token ERC-20 il cui valore è in rapporto quasi 1 ad 1 con ether; al momento è l'unico tipo di collaterale accettato su Maker. In futuro la piattaforma verrà aggiornata per supportare più tipi di collaterale (DAI multicollateralizzato), PETH sarà rimosso e sostituito da ether, oltre che da altri nuovi tipi di collaterale.

Una volta bloccati i PETH nello smart contract CDP tramite invocazione della funzione lock(), è ora possibile generare dallo smart contract una corrispondente quantità di DAI tramite invocazione della funzione draw().

Quanti DAI è possibile generare? Il rapporto fra il valore del collaterale depositato e la quantità di DAI generati. è chiamato indice di collateralizzazione (o rapporto di collateralizzazione). Tale valore può variare nel corso del tempo, al variare del valore di ether o al variare della quantità di DAI generati, ma non può scendere mai sotto un valore soglia, definito come parametro della CDP, e chiamato indice di liquidazione (o rapporto di liquidazione); al di sotto di questo valore, la CDP diventa vulnerabile alla liquidazione.

Cerchiamo di capire meglio con un esempio, schematizzato nella seguente figura.

Acquisto e vendita di DAI tramite CDP

Supponiamo che in un dato momento un ether valga 100 dollari e che l'indice di liquidazione della CDP sia del 150%. Per evitare di avere la propria CDP liquidata, Anna decide di mantenere un indice di collateralizzazione pari al 200%. Ciò significa che per ottenere 100 DAI (il cui valore dovrebbe corrispondere a 100 dollari) è necessario depositare un ammontare di ether corrispondente a 200 dollari, ovvero 2 ether.

Pertanto Anna crea una CDP (o, meglio, interagisce con uno smart contract che definisce la CDP) depositandovi 2 PETH (passo 1) e generando poi 100 DAI (passo 2). Una volta generati, i DAI possono essere utilizzati come qualsiasi altra criptovaluta: possono essere utilizzati come strumento di pagamento per beni e servizi, possono essere inviati ad altri account, possono essere conservati come riserva di valore (ad esempio nei periodi di alta volatilità delle altre cripto), oppure possono essere utilizzati per comprare altri ether, generando così un effetto leva finanziaria. Tuttavia, gli ether che Anna ha depositato nella CDP come collaterale rimangono bloccati fino a quando non restituisce i 100 DAI alla CDP (passo 3), maggiorati di un tasso di interesse calcolato sui DAI generati, anch'esso definito come parametro della CDP e chiamato stability fee (commissione di stabilità). Una volta ripagato il debito più la stability fee, i DAI saranno bruciati e Anna potrà chiudere la CDP e recuperare gli ether depositati (passo 4).

Come si brucia una criptovaluta?

Bruciare una criptovaluta significa toglierla dalla circolazione, ovvero renderla non più spendibile. Ci sono diversi modi per bruciare una criptovaluta. Il più semplice è quello di inviarla ad un address arbitrario di cui è impossible (o, meglio, assai improbabile) risalire alla chiave privata, ad esempio l'indirizzo 0x0.

Per bruciare ether esiste un approccio migliore: creare un contract che si autodistrugge immediatamente ed invia gli ether in esso depositati al proprio indirizzo. È possibile ottenere lo stesso risultato inviando gli ether da bruciare a questo contratto.

Nel caso in cui è necessario bruciare token Ethereum (ad esempio ERC-20), tale funzionalità dovrebbe essere prevista all'interno dello smart contract stesso. Si veda ad esempio il contract ERC20Burnable di Open Zeppelin.

Come fa il prezzo del DAI a rimanere stabile ?

A questo punto ci chiediamo: come fa il prezzo del DAI a rimanere stabile ad 1 dollaro? Ci sono due tipi di evento che possono alterare il prezzo del DAI.

  1. I DAI vengono scambiati sul mercato ad un prezzo maggiore o minore del prezzo obiettivo (1$).
  2. Il prezzo dell'ether scende (rispetto al dollaro), mettendo a rischio la collateralizzazione;

Analizziamo entrambi questi casi, osservando che se il prezzo dell'ether dovesse invece salire ciò non costituirebbe un problema in quanto la CDP sarebbe semplicemente ancor più sovra-collateralizzata.

Caso 1. Il DAI viene scambiato ad un prezzo diverso dal prezzo obiettivo

Essendo il DAI una criptovaluta liberamente scambiabile sugli exchange, in base alla legge della domanda e dell'offerta il prezzo di scambio di un DAI può diventare maggiore di 1 dollaro se vi è una maggiore richiesta di DAI e non vi è sufficiente offerta. Al contrario il valore di un DAI può scendere al di sotto del dollaro se non c'è abbastanza domanda in presenza di una offerta eccessiva.

In situazioni del genere la piattaforma Maker può intervenire modificando l'offerta di DAI. E lo fa in modo indiretto, intervenendo sulla stability fee, rendendo dunque più conveniente o meno mantenere una CDP aperta.

Se il DAI viene scambiato ad un prezzo inferiore al suo prezzo obiettivo di 1 dollaro (l'offerta di DAI supera dunque la domanda), in questo caso la stability fee viene incrementata, rendendo più onerosa la generazione di DAI tramite CDP. Gli utenti proprietari delle CDP sono pertanto spinti a chiudere le proprie posizioni, riducendo così la quantità di DAI in circolazione e causando pertanto un aumento del prezzo del DAI verso il prezzo obiettivo.

Se il prezzo del DAI diviene invece superiore ad 1 dollaro, il meccanismo funziona in modo inverso. La stability fee viene ridotta e pertanto la generazione di DAI tramite CDP diventa pertanto più economica. Gli utenti sono incentivati ad aprire nuove CDP e a generare DAI, per venderli ad un prezzo superiore ad 1 dollaro. L'effetto combinato dell'aumento di offerta e della riduzione di domanda causa un decremento del prezzo del DAI, spingendolo di nuovo verso il prezzo obiettivo.

Caso 2. Il prezzo dell'Ether scende

Sebbene la sovra-collateralizzazione serva a fornire un certo margine di sicurezza, se il valore di ether dovesse scendere di molto, la quantità di ether depositata in una CDP potrebbe arrivare a valere meno dei DAI che è supposto dover collateralizzare. Prima che ciò avvenga, se l'indice di collateralizzazione scende sotto l'indice di liquidazione (ad esempio pari al 150%), lo smart contract della piattaforma Maker attiva un meccanismo di liquidazione della CDP. Gli ether in essa contenuti sono venduti in un'asta, detta asta del collaterale, in cambio di DAI, utilizzati per chiudere la CDP e dunque bruciati.

Si tratta di un particolare tipo di asta, detta asta a doppio senso (two-way auction), che cambia modalità di funzionamento una volta raggiunta una determinata soglia. In una prima fase (fase diretta) i partecipanti fanno una offerta (in DAI) per acquistare il collaterale presente nella CDP in liquidazione. Una volta raggiunta la soglia di DAI sufficienti a coprire completamente il debito della CDP (più la stability fee, più una penale di liquidazione), l'asta si trasforma in un meccanismo di asta inversa, in cui, fissata la quantità di DAI offerta, vince chi richiede meno collaterale in cambio; l'eventuale collaterale residuo viene restituito al proprietario originario della CDP.

Il seguente diagramma mostra un esempio di funzionamento di un'asta del collaterale:

Liquidazione di un CDP

Il valore di ether è sceso a tal punto (75$) da mettere in pericolo la collateralizzazione dei 100 DAI generati da Anna. A seguito di ciò il CDP diventa non sicuro poiché il valore del collaterale è sotto l'indice di liquidazione. A questo punto, uno degli attori del sistema (tecnicamente chiamato keeper) può dare avvio all'asta di liquidazione del collaterale, per provare ad ottenere ether in cambio di DAI ad un prezzo "scontato". Il sistema allora liquida il CDP di Anna al miglior offerente (Bruno). Mentre Anna può tenere i suoi DAI generati, i 2 ether bloccati nel CDP sono stati venduti a Bruno in cambio di 100 DAI, utilizzati per liquidare il CDP.

Caso 2b. Il prezzo dell'Ether crolla

C'è però l'eventualità (fortunatamente remota) che il prezzo di ether in dollari faccia un "dump" estremo in un intervallo di tempo brevissimo, facendo sì che la piattaforma Maker non riesca a liquidare in tempo la CDP prima che il valore del collaterale scenda sotto la soglia del 100%.

In questo caso l'asta del collaterale non riuscirà verosimilmente a raccogliere tutti i DAI necessari a liquidare la CDP; diviene dunque necessario reperire ulteriori risorse per acquisire i DAI mancanti.

Ed è qui che entra in gioco il secondo token che fa parte della piattaforma Maker: MKR.

In caso di liquidazione di CDP sottocollateralizzati, il sistema prevede una ulteriore asta, detta asta del debito, in cui nuovi MKR vengono creati e venduti a mercato in cambio dei DAI necessari a collateralizzare al 100% i CDP sotto-collateralizzati (vince l'asta chi richiede meno MKR token per la quantità di DAI stabilita).

A differenza di DAI, MKR non è una stablecoin: il suo ruolo all'interno della piattaforma Maker ed i suoi particolari meccanismi di offerta rendono il suo prezzo volatile. A fronte di una quantità di MKR inizialmente emessa pari a 1 miliardo, il numero di MKR in circolazione può aumentare, riducendo così il valore di un singolo MKR, nel caso in cui ci sia da coprire una CDP sotto-collateralizzata. La quantità globale di MKR può però anche diminuire, poiché la stability fee può essere pagata con MKR. Una volta effettuato tale pagamento, i MKR utilizzati sono immediatamente bruciati, andando così a ridurre l'offerta complessiva di MKR.

Se dunque la piattaforma Maker "si comporta bene", i possessori di token MKR dovrebbero veder aumentare il valore dei token in loro possesso; se viceversa la piattaforma Maker si dovesse "comportare male", dovendo gestire con molta frequenza casi critici di liquidazione di CDP sotto-collateralizzate, i possessori di token MKR saranno "puniti" in quanto la diluizione dei token farà diminuire il valore dei token in loro possesso.

Alla luce di questa sua particolare natura, MKR svolge allo stesso tempo la funzione di utility token, e di governance token.
La piattaforma Maker è infatti stata concepita come una decentral autonomous organization (DAO), ovvero una organizzazione guidata da regole codificate come codice software, i cui parametri di funzionamento vengono definiti tramite votazione fra i possessori del token MKR (1 token = 1 voto).

Uno dei principali temi su cui i token holder sono chiamati a votare è proprio la gestione del rischio (risk management), necessaria a rendere il più possibile stabile e sicura la piattaforma.

In particolare i possessori di MKR possono creare una nuova CDP con un set univoco di parametri di rischio o modificare i parametri di rischio di una CDP esistente.

Gli smart contract relativi alle CDP possiedono diversi parametri di rischio, che definiscono il modo in cui possono essere utilizzati. Oltre ai già visti indice di liquidazione (liquidation ratio) e stability fee, altri due importanti parametri sono:

  • Limite di debito (Debt Ceiling) - è la quantità massima di debito che può essere creata da un singolo smart contract di tipo CDP. Una volta raggiunto tale massimo, diventa impossibile crearne ulteriori CDP sullo stesso contratto fino a quando non vengono chiuse le CDP esistenti.

  • Penale di liquidazione (Penalty Ratio) - è l'importo ulteriore da pagare per chiudere una CDP in caso di liquidazione forzata.

I possessori di MKR hanno anche il compito di scegliere un insieme di nodi oracolo fidati.

Gli oracoli svolgono una funzione critica nell'ecosistema Maker. Come detto la piattaforma ha bisogno dell'informazione in tempo reale sui prezzi di mercato degli asset da utilizzare come collaterale nei CDP poiché deve essere in grado, quando necessario, di abilitare la procedura di liquidazione nei CDP vulnerabili. Un oracolo è un account Ethereum (utente o contratto) selezionato dai votanti MKR per fornire al sistema le informazioni anzidette in tempo reale.

Il sistema è progettato in modo tale che fino a metà degli oracoli possono essere compromessi o malfunzionanti senza causare una interruzione del funzionamento del sistema. Per proteggere il sistema da attacchi in grado di acquisire il controllo della maggior parte degli oracoli e da altre forme di collusione, esiste un ulteriore parametro di rischio (globale) che determina la variazione massima del valore del price feed ammessa dal sistema. Tale parametro è chiamato sensibilità del price feed.

L'arresto di emergenza

In ultima istanza, se tutto quanto visto fino ad ora dovesse fallire, il sistema prevede una procedura di arresto di emergenza (emergency shutdown, in precedenza anche nota come global settlement). In sostanza viene spenta e scaricata l'intera piattaforma Maker, assicurandosi nel frattempo che tutti i possessori di DAI e gli utenti dei CDP attivi ricevano indietro il valore netto degli asset a cui hanno diritto.

Questo processo è decentralizzato e solo alcuni attori, selezionati tramite voto dai possessori di MKR, possono avviarlo. Questo per assicurarsi che esso non venga sfruttato per eventuali attacchi e venga utilizzato solo in condizioni di estrema emergenza, fra cui, ad esempio: periodi di prolungata turbolenza dei mercati, tentativi di hacking, aggiornamenti del sistema, etc.

Analisi della piattaforma Maker

Ora potremmo chiederci: dove sono i muri di acquisto e di vendita che abbiamo visto servono a mantenere il peg sul tasso di cambio? Nel sistema Maker vi sono tre elementi da considerare.

Primo. Se il prezzo di tutti i collaterali bloccati nello smart contract dovesse cominciare a scendere troppo velocemente, o dovesse accadere un evento critico, abbiamo visto che è possibile avviare la procedura di arresto di emergenza. In tal caso, tutti i possessori di DAI possono scambiare le proprie coin con una quantità corrispondente (in dollari) di collaterale. Fatto ciò il sistema può ripartire di nuovo. Poiché esiste questa garanzia, in teoria i keepers saranno spinti ad acquistare DAI nel caso in cui il valore di quest'ultima dovesse scendere al di sotto di 1 dollaro in quanto è possibile per loro rivendere tali DAI ad un prezzo superiore se il prezzo di mercato dovesse risalire o, scambiare DAI per una quantità di collaterale pari ad 1 dollaro in questo ipotetico scenario. In teoria questi keeper dovrebbero generare un muro di acquisto ad un prezzo leggermente al di sotto di un dollaro, e manterranno tale peg fintanto che avranno la liquidità necessaria.

Il problema con questo meccanismo è che difficile dire a priori quanto capitale è disponibile nelle mani dei keeper che vogliono fare questa scommessa. Definiamo questo valore come riserva implicita per l'implementazione del muro di acquisto. Essa può essere elevata o meno, e può cambiare a seconda del sentimento del mercato ed eventi che possono richiedere o incentivare i keeper a muovere altrove i propri capitali. D'altronde non si tratta di una banca centrale tradizionale, il cui mandato è quello di mantenere il peg sul tasso di cambio, ma di speculatori in cerca di profitto e questa scommessa richiede di allocare il capitale anche per lunghi periodi.

Secondo. Se il collaterale bloccato nello smart contract dovesse perdere valore oltre una certa soglia, il sistema inizierà a chiudere le CDP, prendendo token DAI dal mercato e distruggendoli.

Tuttavia il protocollo deve effettuare questa operazione qualsiasi sia il prezzo attuale di mercato del DAI, rischiando così di ridurre l'offerta ed incrementare il prezzo di mercato del DAI nello stesso istante in cui è probabile che la domanda di DAI stia incrementando, ovvero quando i prezzi delle altre criptovalute sono in forte discesa. Ciò significa che sia il mercato sia il sistema spingono contemporaneamente il prezzo del DAI al rialzo e non verso il prezzo obiettivo.

Terzo: Ogni volta che un utente genera DAI tramite una CDP e successivamente vende tali DAI, egli avrà un incentivo a riacquistare DAI (e chiudere la CDP) se può farlo pagando i DAI ad un prezzo inferiore rispetto a quello a cui sono stati venduti. Chiariamo con un esempio. Supponiamo di depositare una quantità di ether (PETH) corrispondente a 2 dollari, ricevere in cambio 1 DAI e rivenderlo per 1 dollaro. Supponiamo ora che il prezzo di mercato di DAI scenda a 0,95 dollari. Ora possiamo riacquistare 1 DAI a prezzo scontato, chiudere il prestito (distruggendo così tale DAI), e riottenere gli ether depositati, guadagnando così 5 centesimi di dollaro di profitto.

Pertanto, finché ci sono utenti che hanno venduto i propri DAI per 1 dollaro, si avrà un muro di acquisto appena al di sotto del dollaro.

Bisogna però osservare che in genere non tutti gli emettitori hanno aperto la CDP e venduto i propri DAI ad un dollaro. Se essi avessero venduto i propri DAI ad un prezzo differente, ad esempio 0.95 dollari o 1.05 dollari, essi avranno lo stesso incentivo al riacquisto, ma relativo a tale altro prezzo. Così, anziché generare un muro di acquisto perfetto ad un dollaro, questo meccanismo produrrà una nuvola di ordini di acquisto a diversi prezzi nell'intorno di un dollaro.

Se le quotazioni cominciano a fluttuare e più persone richiedono prestiti per vendere le proprie DAI a prezzi lontani dal dollaro, vi è il rischio che ciò possa portare ad ulteriore fluttuazione, generando così una specie di feedback negativo autorinforzante, cosa da evitare in una stablecoin.

Chiudiamo accennando ad alcuni possibili problemi che la piattaforma Maker, secondo gli stessi autori, si troverà a dover affrontare.

  • Tentativi di attacchi da parte di hacker - Poiché si tratta di una piattaforma basata su smart contract, sarà sempre sottoposta a potenziali hack basati su eventuali vulnerabilità del codice di tali contratti. In tal senso il team di sviluppo sta sottoponendo il codice ad audit di sicurezza indipendenti e sta ponendo le basi per avviare, a lungo termine, un processo di verifica formale del codice.

  • Complessità - Come abbiamo avuto modo di capire, la piattaforma Maker, almeno per il momento, non è di immediata fruibilità. Gli utenti alle prime armi potrebbero facilmente risultare sopraffatti e optare per altre stablecoin come Tether che, sebbene abbiano altre criticità, sono più immediate da utilizzare.

  • Azioni irrazionali dei mercati - Comportamenti irrazionali da parte dei mercati o anche problemi con il price feed degli oracoli, protratti per un lungo periodo di tempo, possono mettere a repentaglio la stabilità del sistema Maker, minandone la fiducia fra gli utenti. In tal senso, la community degli attori di Maker dovrà avere una riserva di capitale sufficiente a massimizzare la razionalità e l'efficienza del mercato.

  • Fallimento del team di sviluppo - Il team di sviluppo svolge un ruolo fondamentale nella governance della piattaforma Maker; sebbene esso sia di elevata qualità e si sia guadagnato molto rispetto, esso potrebbe fallire in alcuni dei suoi incarichi, per motivi legali o a causa di problemi interni, mettendo a rischio il futuro della piattaforma.

  • Cigno nero - La cosa più disastrosa che possa capitare alla piattaforma Maker è un evento di tipo cigno nero. Almeno per il momento DAI è agganciato ad Ethereum. Se Ethereum dovesse subire un evento catastrofico e fallire completamente, esso porterebbe con sé anche tutta la piattaforma Maker.

Altre stablecoin cripto-collateralizzate

La prima stablecoin cripto-collateralizzata è stata BitUSD (collateralizzata con BitShares), creata da Dan Larimer nel "lontano" 2013. Un altro schema interessante è stato proposto da Vitalik Buterin e consiste nell'utilizzare CDO per emettere stablecoin utilizzando come collaterale token con differenti livelli di affidabilità: il livello 1 è rimborsabile se almeno una delle emittenti è solvente, il livello n è rimborsabile se almeno n emittenti sono solventi. Così facendo, il livello più "senior", quello cioè a minore rischio, potrebbe essere utilizzato come collaterale per una stablecoin, mentre i livelli più bassi, a maggiore rischio, produrrebbero token più adatti alla speculazione.

In sintesi

Le stablecoin cripto-collateralizzate offrono ai possessori un modo per generare coin supportate dai loro asset in criptovaluta, che diventano collaterali nel sistema.

Le coin cripto-collateralizzate sembrano essere una idea molto promettente, per la loro capacità di rendere il processo completamente decentralizzato e dare così il via libera alla trasformazione di una serie di prodotti finanziari tradizionali in protocolli trasparenti che operano in modo trustless senza la necessità di intermediari (si parla in questi casi di finanza decentralizzata, in gergo DeFi).

Tuttavia vi sono alcuni aspetti negativi di cui bisogna tener conto. Esse sono più vulnerabili delle coin fiat-collateralizzate alla instabilità dei prezzi.
Inoltre, la sovra-collateralizzazione rende le coin cripto-collateralizzate molto più capital-intensive delle loro controparti fiat. Una criptovaluta fiat-collateralizzata richiederà solo 100 dollari di collaterale per emettere 100 dollari di stablecoin, mentre una corrispondente coin cripto-collateralizzata può richiedere 200 dollari o più di collaterale per emettere la stessa quantità di coin.

Ricapitolando, una stablecoin cripto-collateralizzata presenta le seguenti caratteristiche

Vantaggi
  • maggiore decentralizzazione
  • può essere liquidata nel corrispondente collaterale in modo rapido ed economico (è richiesta solo una transazione sulla blockchain)
  • assolutamente trasparente (chiunque può verificare il tasso di collateralizzazione di una stablecoin)
  • può anche essere utilizzata per investire a leva
Svantaggi
  • in caso di crollo repentino dei prezzi del collaterale può essere liqudata un modo automatico
  • minore stabilità del prezzo rispetto alle coin fiat-collateralizzate
  • legata allo stato di salute di una particolare criptovaluta (o in alcuni casi di un paniere di criptovalute)
  • uso inefficiente del capitale
  • maggiore complessità

Coin non collateralizzate

Potremmo a questo punto chiederci se sia indispensabile dover vincolare un collaterale per poter emettere una stablecoin.

Nella prima metà del secolo scorso, grazie al sistema aureo, ogni dollaro emesso dalla Federal Reserve, la Banca Centrale statunitense, era "garantito" da una corrispondente quantità di oro depositata nelle proprie riserve. Nel 1971, con il venir meno degli accordi di Bretton Woods, gli Stati Uniti decisero di abbandonare il sistema aureo, e da allora il dollaro non è più sostenuto da un asset sottostante. Il fatto che in questo periodo il dollaro ha mantenuto sostanzialmente stabile il proprio valore rispetto alle altre valute (ma ad esempio non rispetto all'oro) poterbbe forse indicare che il collaterale in fin dei conti non è indispensabile ai fini della stabilità di una valuta.

Una stablecoin potrebbe quindi cercare di adottare un modello analogo: convincere il mercato, ovvero colui che determina il prezzo di un asset incrociando domanda ed offerta, che la coin verrà scambiata sempre allo stesso prezzo. Abbiamo visto che per ottenere questo è sufficiente che il mercato mantenga un muro di acquisto e di vendita nell'intorno del prezzo obiettivo.

Non potendo contare sulla riserva costituita dal collaterale, l'emettitore della stablecoin non è in grado di sostenere autonomamente tali muri; il prezzo di scambio deve dunque essere manipolato attraverso il controllo dell'offerta di token, ovvero della quantità di token in circolazione, in modo che, in accordo alla teoria quantitativa della moneta, tali muri siano autonomamente generati dagli attori presenti sul mercato.

Occorre dunque modellare lo smart contract "emettitore" come se fosse una banca centrale, la cui politica monetaria avrebbe un solo "mandato": emettere un token il cui valore deve rimanere stabile nel tempo (ad esempio pari ad 1 dollaro).

Per esempio, supponiamo che ad un certo punto la coin arrivi ad essere scambiata a 2 dollari. Ciò significa che il suo prezzo è troppo elevato o, detta in altri termini, che l'offerta di moneta è troppo bassa. Per ribilanciare questo squilibrio, lo smart contract può coniare nuovi token e metterli all'asta sul mercato, incrementando così l'offerta sino a quando il prezzo non ritorna ad 1 dollaro. Notiamo come questa operazione generi un profitto per l'emettitore. Questo profitto è chiamato signoraggio (storicamente, il termine signoraggio indicava appunto il profitto ottenuto dai governatori quando coniavano nuove monete per finanziare le proprie attività).

Ma cosa accade invece se la stablecoin viene scambiata ad un prezzo inferiore al dollaro? Per far risalire il prezzo della coin è necessario ridurre l'offerta e dunque togliere dalla circolazione token già emessi. C'è solo un modo per fare ciò: acquistare token dal mercato e distruggerli. Ciò è possibile fintanto che l'emettitore possiede risorse per riacquistare token, ad esempio utilizzando il profitto di signoraggio ottenuto in fase di emissione. Ma che succede se le risorse a disposizione non sono sufficienti ad acquistare il numero di token necessari a far risalire il suo prezzo ad 1 dollaro?

Nel 2014 Robert Sams ha pubblicato un paper in cui presenta un approccio chiamato quote di signoraggio, in inglese, seigniorage shares. Tale approccio propone di recuperare tali risorse dal mercato stesso, emettendo delle quote (shares) che danno diritto a ricevere una parte del signoraggio futuro. La prossima volta che vengono emesse nuove coin e viene dunque ottenuto un profitto da signoraggio, coloro che possiedono queste quote avranno diritto ad una parte di questo profitto.

In altre parole, anche se lo smart contract emettitore non ha fondi sufficienti per pagare ora, visto che mi aspetto che la domanda di stablecoin crescerà nel tempo, alla fine esso riuscirà ad ottenere più profitti e sarà in grado di ripagare tutti i possessori delle quote. L'acquisto di stablecoin in cambio di shares da parte dell'emettitore consente la riduzione dell'offerta e, dunque, il ritorno al prezzo di 1 dollaro.

Il funzionamento delle stablecoin non collateralizzate, anche dette stablecoin algoritmiche è basato su questa idea.

Quando il prezzo della stablecoin è sopra il prezzo obiettivo, il sistema genera più stablecoin e le offre in asta. La valuta utilizzata per l'acquisto in asta della stablecoin è lo share token; in questo modo solo i possessori dello share token possono partecipare all'asta. Chi offre di più diviene proprietario delle stablecoin appena coniate. L'incremento della quantità di stablecoin in circolazione presumibilmente tende a far riabbassare il prezzo della stablecoin verso il prezzo obiettivo. Quanto invece il prezzo della stablecoin è sotto il prezzo obiettivo, avviene il contrario: il sistema genera nuovi share token e li mette all'asta in cambio di stablecoin che poi verranno bruciate. Facendo ciò, il sistema è in grado di ridurre la quantità circolante di stablecoin e riportare in alto il suo prezzo.

Racconto di due fallimenti

Purtroppo ad oggi non sono noti casi di stablecoin algoritmiche attualmente funzionanti. Tuttavia in passato vi sono stati diversi tentativi che, per diverse ragioni, sono falliti. Ne menzioniamo due tra i più significativi: NuBits e Basis.

NuBits è stata una delle prime stablecoin algoritmiche realizzate. Lanciata nel 2014, ha raggiunto la sua massima capitalizzazione (12.9 milioni di dollari) nel Gennaio 2018. Tecnicamente NuBits era basato su un fork di Peercoin, una delle prime criptovalute ad utilizzare un protocollo di consenso di tipo Proof-of-Stake, e ad avere un forte orientamento alla decentralizzazione dei processi decisionali.

NuBits si basa sui principi descritti precedentemente: la stabilità di NuBits si affida ad un protocollo basato su due token: NuBits (la stablecoin, con offerta variabile) e NuShares (lo share token, con offerta fissa). I possessori di NuShares possono utilizzare i propri token per validare le transazioni e possono votare dopo una validazione effettuata con successo. Questi voti possono essere indirizzati sia alla creazione di nuovi NuBits, sia ad aggiustare il premio per bloccare NuBits: la contrazione nell'offerta di NuBits è incentivata infatti attraverso un premio definito dinamicamente per bloccare NuBits e toglierli così temporaneamente dalla circolazione. La votazione può anche riguardare una generica proposta di modifica riguardante altre componenti della piattaforma.

Mentre NuBits è stato in grado di sopportare fluttuazioni di prezzo temporanee e recuperare da una significativa perdita nel Giugno 2016, purtroppo il suo valore non si è più ripreso a seguito di un crollo nel Marzo 2018. Attualmente il valore di un NuBit è pari a poco più di 8 centesimi di dollaro.

Andamento del prezzo di un NuBits

Il progetto probabilmente più rilevante di stablecoin non collateralizzata è stato tuttavia Basis, inizialmente noto come Basecoin. Si basa sul concetto di quote di signoraggio, articolato però su tre token: Basis (la stable coin), bond token e share token.

Il meccanismo di stabilità funziona nel modo seguente. Se Basis viene scambiato ad un prezzo maggiore di 1 dollaro, nuovi Basis vengono coniati ed offerti ai possessori di bond token e, successivamente, di share token.
Se Basis viene scambiato ad un prezzo minore di 1 dollaro, vengono creati nuovi bond token e venduti in cambio di Basis, ad un prezzo dunque inferiore ad 1 dollaro, con la promessa di essere riscattati nel momento in cui si tornano a generare nuovi Basis e dunque ad un prezzo superiore ad 1 dollaro. Il riscatto dei bond token avviene secondo una logica first-in-first-out: un bond non può essere riscattato se prima non sono stati riscattati tutti i bond token emessi precedentemente. Ciò costituisce un incentivo ad intervenire il prima possibile a fronte di un declino del valore della coin, piuttosto che attendere nella speranza di entrare a prezzi minori. Secondo gli autori questa caratteristica migliora la stabilità del sistema; affermazione che sembra essere confermata da diverse simulazioni effettuate per modellare i possibili scenari che si potrebbero venire a creare.

Purtroppo però, a dicembre 2018 il progetto Basis è stato ufficialmente sospeso a causa di problemi legali con la Security Exchange Commission. I bond token e gli share token sono infatti da considerarsi a tutti gli effetti come security, per cui sarebbero ricaduti sotto le limitazioni sui trasferimenti imposte dalla SEC per questo tipo di strumenti. Ciò avrebbe comportato il doverne limitare il possesso ai soli investitori accreditati, aumentando così la centralizzazione del sistema, riducendo notevolmente la liquidità a disposizione nelle aste, ed in sostanza minando alla base la stabilità del sistema stesso.

I 133 milioni di dollari di finanziamento raccolti dal team di Basis sono stati interamente restituiti agli investitori.

In sintesi

Una stablecoin algoritmica si basa sul fatto di offrire agli operatori una parte della crescita futura nella capitalizzazione della stablecoin in cambio dell'offerta del capitale necessario a mantenere il peg della criptovaluta.

Ciò che spinge dunque gli operatori ad acquistare gli share token è l'ipotesi che sia possibile scambiare oggi una stablecoin per un certo numero di share (o bond), e poi rivendere tali share ad un prezzo maggiore in futuro quando il sistema avrà bisogno di incrementare l'offerta per soddisfare una accresciuta domanda.

Molti hanno criticato questo sistema per la sua evidente somiglianza ad uno schema piramidale. I prezzi bassi della valuta vengono "spinti" emettendo shares che non sono altro che promesse di futuri profitti; profitti che devono essere supportati da nuovi capitali che entrano nel sistema. In un certo senso potremmo dire che il collaterale alla base delle quote di signoraggio sono proprio tali quote di futuri profitti (e della futura crescita) del sistema. Chiaramente questo significa che alla fine, se la quantità di coin circolanti non riesce ad avere una crescita costante, il sistema non sarà in grado di mantenersi stabile.

Tuttavia, forse, questa non è una ipotesi del tutto irragionevole. Dopo tutto, la base monetaria di gran parte delle valute mondiali ha visto negli ultimi decenni una crescita pressoché continua. Basta osservare l'andamento della quantità di dollari circolanti nel tempo e la sua crescita esponenziale nell'ultimo decennio:

Dollaro USA-Money Supply M0

Non è dunque impossibile immaginare che anche una stablecoin solida possa sperimentare una simile crescita.

Appare chiaro dunque che l'aspetto più critico di questo sistema è la sua intrinseca difficoltà di analisi. Le quote di signoraggio consentono di assorbire una certa quantità di pressione al ribasso per un periodo limitato di tempo, ma se le pressioni di vendita continuano per lungo tempo (come si è visto per NuBits), gli operatori cominceranno a perdere fiducia sul fatto che le shares saranno in grado di generare profitto. Ciò spingerà ancora più in basso il prezzo, fino ad un inevitabile crollo.
Quanta pressione al ribasso il sistema è in grado di reggere? Quanti investitori interverranno per puntellare il sistema nel caso in cui comincia a dare segni di cedimento? A quale punto ci dovremmo aspettare un loro intervento? Qual è il punto di non ritorno passato il quale il sistema si rompe? Ovvero, ritornando ai meccanismi di stabilità precedentemente esposti, dove e quante sono le riserve che consentono di mantenere muri di acquisto?

È molto difficile dare una risposta a queste domande, ed è anzi poco probabile che i partecipanti al mercato convergano su una visione univoca, rendendo così il sistema vulnerabile a forti oscillazioni basate su sentiment. Il prezzo di una stablecoin di questo tipo non è altro che un punto di Schelling: se un numero sufficiente di persone ritiene che il sistema è in grado di reggere, questa credenza può portare ad un circolo virtuoso che ne garantirà la sopravvivenza.

Il motivo per cui dobbiamo osservare la dimensione della riserva è per vedere quanto dell'offerta della valuta pegged può essere ridotta al fine di rispondere ad una diminuzione della domanda. In questo sistema, il livello di riduzione dell'offerta che è possibile ottenere è semplicemente il valore delle shares in dollari che possono essere generate e vendute in cambio di stablecoin in un dato momento.

Tale riserva implicita è costituita dagli asset che sono in mano agli operatori. Si può immaginare la grande folla di persone (e trading bot) là fuori che sono pronte ad acquistare shares in asta sotto le opportune condizioni; la quantità di denaro che sono disposti ad offrire in un dato istante è equivalente alla quantità di denaro che una nazione che vuole mantenere un peg sulla sua valuta è disposta a sacrificare dalle proprie riserve. Questo è cio che determina il muro di acquisto; ogni volta che il prezzo della stablecoin scende sotto il dollaro, il sistema inizia ad offrire shares, e per comprare shares c'è bisogno di stablecoin, per cui gli speculatori comprano coin sul mercato secondario ad un prezzo inferiore ad 1 dollaro.

Il problema principale con questo approccio è che se in un qualsiasi momento questi speculatori perdono l'interesse ad acquistare le shares, il peg si rompe poiché non è più possibile togliere stablecoin dalla circolazione.

Ciò è analogo a una nazione che detiene delle riserve e, per qualche motivo, decide di non utilizzarle per difendere il peg. Se il mercato ritiene altamente probabile la crescita della capitalizzazione della stablecoin, questa evenienza diviene altamente improbabile, perché sarebbe chiaro per il mercato che c'è sempre una possibilità di guadagno dall'acquisto di shares ad un determinato prezzo.

Soprattutto nelle fasi iniziali di adozione, tale crescita potrebbe talvolta non essere ritenuta così probabile. Una stablecoin algoritmica deve dunque risolvere il problema di avere una adozione iniziale sufficiente a far ritenere quasi inevitabile una successiva crescita. Se questo avviene, si può ritenere possibile il raggiungimento di uno stato di stabilità; viceversa, l'intero sistema è destinato a fallire in modo più o meno catastrofico. C'è dunque bisogno di una significativa iniezione di liquidità iniziale per poter mantenere stabile il sistema fino a quando non riesce a raggiungere un equilibrio salutare.

A fronte delle criticità espresse, le stablecoin non collateralizzate sono la forma di stablecoin più ambiziosa; hanno il vantaggio di essere totalmente decentralizzate e dunque resistenti alla censura, e in grado di scalare facilmente in risposta ad un aumento della richiesta di stablecoin. Una coin non collateralizzata è inoltre indipendente da tutte le altre criptovalute. Anche nel caso in cui bitcoin, ether (o, più remotamente, il dollaro USA) collassassero, una coin non collateralizzata potrebbe sopravvivere come riserva di valore stabile.

Se tuttavia una coin algoritmica fallisse, questo fallimento potrebbe essere ancora più catastrofico, poiché non ci sarebbe alcun collaterale da liquidare e dunque molto probabilmente il valore della coin crollerà a zero.

Ricapitolando, questi sono i vantaggi e gli svantaggi di una coin non collateralizzata:

Vantaggi
  • nessun collaterale richiesto
  • la forma più decentralizzata ed indipendente di stablecoin
Svantaggi
  • è richiesta una crescita costante
  • è la forma più vulnerabile ad un crash del mercato delle criptovalute
  • è difficile individuare i margini di sicurezza ed il suo stato di salute
  • problemi di regolamentazione, poiché gli share token sono da considerare come security

Conclusioni

Le stablecoin sono un ulteriore passo nell'evoluzione in corso nel mondo delle criptovalute. Esse rivestono un ruolo fondamentale per incentivarne l'ingresso ad altri operatori economici come intermediari, trader e investitori, potendo essere utilizzate come strumento per il trading o come mezzo di pagamento alternativo alle valute fiat, ma anche come riserva di valore in periodi di alta volatilità del mercato delle cripto, soprattutto in caso di stablecoin fiat-collateralizzate. La decentralizzazione offerta dalle stablecoin collateralizzate on-chain e algoritmiche sta inoltre promuovendo sempre più progetti di finanza decentralizzata, ovvero la trasformazione di una serie di prodotti finanziari tradizionali (prestiti, derivati, etc.) in protocolli trasparenti che operano tramite smart contract trustless.

Il valore totale di tutte le stablecoin in circolazione è pressoché triplicato in poco più di 18 mesi, dagli 1.5 miliardi di euro del Gennaio 2018 agli oltre 4.5 miliardi di euro di Agosto 2019 (fonte CoinMarketCap).

Ad oggi sono attivi oltre 50 progetti di stablecoin, di cui 24 già operativi. Circa la metà di tutti questi progetti si basa sulla blockchain di Ethereum.

Al momento le coin fiat-collateralizzate sono le più diffuse, con una capitalizzazione pari a circa il 97% della capitalizzazione complessiva (Tether, da sola, ha una capitalizzazione pari a quasi l'80% della capitalizzazione totale).

Le differenze fra i differenti approcci possibili sono sottili ma rilevanti, anche per gli utenti finali.

Probabilmente al momento non esiste ancora una stablecoin ideale. Così come per molte tecnologie, ciò che è opportuno fare è scegliere l'insieme di compromessi che siamo disposti ad accettare per una data applicazione ed un dato profilo di rischio, tenendo conto del seguente schema:

Fiat-collateralizzate Cripto-collateralizzate Non-collateralizzate
Sicura rispetto ai crolli di mercato NoNo
Decentralizzata No
Uso efficiente del collaterale No

Il miglior approccio dunque, non è quello di stabilire quanto prima un vincitore, ma piuttosto quello di osservare con attenzione i molti esperimenti che sono in corso sulle stablecoin.

Il tutto, ovviamente, in attesa di una auspicabile regolamentazione da parte delle autorità, che potrà decretarne il successo o un inevitabile fallimento.

Per approfondire

Risorse sulle stablecoin in generale

The search for a Stable Cryptocurrency di Vitalik Buterin - 11 novembre 2014
In questo breve (ma un po' datato) post Vitalik Buterin, il creatore di Ethereum, presenta alcune ipotesi di approccio per sviluppare una stablecoin non collateralizzata. L'obiettivo di ottenere un meccanismo per mantenere un peg ad un prezzo fissato che sia decentralizzato e allo stesso tempo resistente alla censura, deve dare una risposta alle seguenti due domande: come misurare il prezzo della valuta in modo decentralizzato e, stabilita una necessaria modifica alla quantità di valuta in circolazione per raggiungere il prezzo obiettivo, come gestire l'emissione di nuova valuta e l'assorbimento di valuta circolante?

Stablecoins are doomed to fail di Preston Byrne - 10 dicembre 2017
Il punto di vista di un avvocato, molto pessimista sulle stablecoin in generale, sul fatto che le stablecoin algoritmiche possano essere autosostenibili, e sulla stabilità ed efficienza di Maker.

Stablecoins: designing a price-stable cryptocurrency di Hasseb Qureshi - 19 febbraio 2018

Why another stablecoin? di Nevin Freeman - 20 giugno 2018

In search for stability in crypto-assets: are stablecoins the solution? di Dirk Bullmann, Jonas Klemm, Andrea Pinna - Agosto 2019
Research paper di tre ricercatori della Banca Centrale Europea. Ricco di dati statistici, fornisce una analisi molto dettagliata dei possibili approcci di sviluppo di stablecoin ed offre una serie di possibili scenari di utilizzo delle stesse.

2019 State of Stablecoins Blockchain.info - 2019

Risorse su Tether

King Tether and the Stable Coin Wars di Alex Krüger - 25 Ottobre 2018
Analisi approfondita di Tether, di come il suo valore è regolato tramite arbitraggio e degli avvenimenti di fine settembre, inizio ottobre 2018, relativi al cosiddetto "tether crash", causato, secondo l'autore, da una "guerra fra stable coin".

Clearing Up Misconceptions: This Is How Tether Should (and Does) Work di Robert-Jan den Haan (14 Giugno 2018)

Quantifying the Effect of Tether. Report anonimo del 24 Gennaio 2018.

Risorse su Maker e DAI

The DAI stablecoin system È il Whitepaper di Maker.

La Punta di Diamante di Ethereum è DAI (Maker Dao) di Paolo "funnyking" Rebuffo (24 Agosto 2018)

La Deflazione di Ether Causata da Maker (Parte 1, Parte 2, Parte 3) di Paolo "funnyking" Rebuffo (Settembre-Ottobre 2018)

Maker for Dummies: A Plain English Explanation of the DAI Stablecoin di Gregory DiPrisco (20 Novembre 2017) Una sintetica ma chiara descrizione del funzionamento di Maker.

Reserve’s Analysis of the MakerDAO Protocol di Reserve Research Team (13 agosto 2018)
Articolo del gruppo di ricerca Reserve Research Team con una analisi molto dettagliata del protocollo Maker (allora noto come MakerDAO).

Maker Dashboard
Piattaforma attraverso la quale è possibile analizzare lo stato corrente del sistema Maker: oltre al prezzo di DAI e MKR ed alla quantità di token emessi, è possibile visualizzare tutte le CDP attive e le loro caratteristiche, le liquidazioni effettuate ed i parametri di funzionamento del sistema.

Risorse su Seigniorage Shares

The Cryptoeconomics of Seigniorage Shares Stablecoins: Basis and Carbon Smith + Crown (25 maggio 2018)

Risorse su Decentralized Finance (DeFi)

Awesome Decentralized Finance
Elenco di collegamenti a progetti, software e risorse relativi alla finanza decentralizzata (stablecoin, exchange, prestiti, derivati, fondi, analisi, etc.).

Autore
Fabiano Sarracco
Ingegnere informatico, sviluppatore software freelance. Alcuni anni fa ha deciso di approfondire lo studio delle tecnologie alla base delle criptovalute e di applicazioni della blockchain; da allora si occupa anche di divulgazione e formazione in questo ambito.

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